Riflessioni sugli aspetti psicologici dell’asma

Sono moltissime le implicazioni psicologiche e psicosociali dell’asma in età evolutiva.

E’ noto che avere una malattia cronica incide significativamente sulla qualità della vita dei piccoli pazienti, costretti spesso a modificare le proprie abitudini e possibilità evolutive proprio in funzione della gestione della salute. Nella mia esperienza clinica spesso sono le paure a dettare legge e a condizionare la vita non solo del bambino ma dell’intero sistema famigliare, per questo l’intervento col bambino asmatico non può prescindere dal coinvolgimento dei suoi adulti di riferimento, i quali devono poter essere sostenuti e rassicurati per poter essere a loro volta protettivi nei confronti del piccolo paziente. Per molti genitori e bambini l’esperienza dell’asma significa dover fronteggiare frequenti ingressi al pronto soccorso, modificare le proprie frequentazioni e la destinazione delle vacanze, dover rinunciare agli animali domestici, dover tenere a mente una gran quantità di farmaci e assicurarsi che vengano assunti regolarmente, interfacciarsi con gli insegnanti, gestire la conflittualità tra fratelli riguardante la malattia, gestire la conflittualità all’interno della coppia in merito alla corretta gestione della patologia respiratoria, e in alcuni casi dover anche rinunciare alla propria carriera per potersi occupare con costanza del piccolo; a questo si aggiunge il timore nel far condurre al proprio figlio una vita sociale ricca di occasioni evolutive (ad esempio la frequentazione di gruppi affiliativi formali e informali), o dargli la possibilità di praticare regolarmente un’attività sportiva ecc. Le ricerche internazionali mettono in evidenza che i bambini asmatici andrebbero tutti valutati psicologicamente per monitorare l’impatto della malattia cronica sulla loro vita… ma non esiste una correlazione diretta tra asma e psicopatologia! Nonostante questo, il rischio di trovarsi in una condizione di disagio è tutt’altro che trascurabile, ed è per questo che dobbiamo lavorare perchè l’esperienza dell’asma non sia pregiudizievole rispetto al generale benessere del minore e della famiglia. Si può (e si deve!) quindi collaborare per una corretta gestione della malattia che non significa solo gestione della terapia farmacologica!

Occuparsi degli aspetti psicologici della malattia respiratoria dovrebbe essere dunque uno degli obiettivi centrali del lavoro col piccolo paziente, poichè migliora la qualità della sua vita (e quella della sua famiglia) e promuove anche l’adesione al trattamento terapeutico. In particolare, il bambino asmatico non dovrebbe mai essere messo nelle condizioni di percepire che la sua malattia genera litigi e disagi all’interno della famiglia, o gli preclude attività sociali gratificanti, poichè questo lo porterebbe a considerare l’asma come un nemico, o qualcosa da combattere e da negare, invece che come una parte di sè da conoscere e di cui prendersi cura. Questi aspetti passano spesso inosservati durante l’infanzia, quando i bambini sono maggiormente “controllabili”, ma è proprio in questa fase che vanno gettate le basi perchè in adolescenza il bisogno di autonomia e di affermazione non si traduca in bisogno di trasgredire le rigide imposizioni terapeutiche, e svincolarsi dal controllo di genitori e curanti.

Per prima cosa dunque, occupiamoci dell’emotività.

E’ opportuno ricordare che fattori emotivi possono configurarsi quali fattori scatenanti un attacco d’asma, ma anche come conseguenze dello stesso. L’ansia è l’esempio più evidente, poichè apparentemente le sue manifestazioni sono molto simili a quelle di un attacco d’asma. L’ansia può generare una risposta automatica che può portare all’attacco vero e proprio, così come l’attacco d’asma, con le spiacevoli sensazioni corporee che comporta, può generare ansia e panico nei piccoli pazienti… inoltre, la paura della sensazione di soffocamento, può portare un bambino a vivere con terrore anche le comuni sensazioni di fatica che possono manifestarsi quotidianamente. E’ da ricordare che sintomi ansiosi e sintomi asmatici lievi possono essere confusi tra loro, mentre un attacco severo è maggiormente riconoscibile e attiva dunque risposte opportune riducendo l’effetto ansiogeno. Sintomi depressivi sono anch’essi stati riscontrati ampiamente nei piccoli pazienti asmatici (basti pensare a come il bambino percepisca se stesso come incapace rispetto agli altri, inadeguato nelle relazioni sociali competitive ecc.), con conseguenze importanti sulla corretta gestione delle situazioni stressanti e di conseguenza sull’intera gestione della malattia.

I genitori conoscono bene il “pericolo” che si corre quando il bambino piange troppo o è particolarmente ansioso e agitato. Questo porta nella maggior parte dei casi a mettere in atto strategie di evitamento del problema e della situazione stressante, nel tentativo di scongiurare la sintomatologia correlata. E’ un comportamento scorretto, poichè non permette al bambino di interfacciarsi con le situazioni che gli creano disagio, vivere la propria emotività, e mettere in atto strategie opportune di gestione e risoluzione del problema. L’adulto in questo caso ha non solo il compito di aiutare il bambino a riconoscere le proprie risorse e attivare competenze di gestione delle situazioni conflittuali, ma ha soprattutto una imprescindibile funzione emotiva regolatrice. “L’evitamento andrebbe sempre evitato”, e il bambino dovrebbe poter invece essere messo nelle condizioni di affrontare gli stress opportuni per la sua età, come qualsiasi altro bambino: un brutto voto a scuola, i litigi tra pari, un rimprovero dei genitori, la frustrazione nel campo da gioco o nello stare in mezzo agli altri, la paura di dormire da solo o fuori casa, ecc… Infine, non è raro che i genitori “cedano” ai capricci del bambino nel timore che il suo pianto e il nervosismo possano avere implicazioni sulla sua salute; discuto spesso di questo aspetto con i genitori durante i colloqui psicologici, mettendo in luce come questa si configuri come una modalità ricattatoria, che fa sì che l’asma venga vissuto dal bambino come uno strumento, talvolta un alibi funzionale al mantenimento delle proprie paure, con le quali collude l’intero sistema famigliare.

Se l’asma smette di essere un pericolo, un alibi, una modalità ricattatoria… può tornare ad essere una semplice malattia respiratoria, gestibile, svuotata dai significati terrorizzanti e onnipotenti che spesso la accompagna.

Chi vuole approfondire gli aspetti psicologici dell’asma in età evolutiva e le molte ricerche internazionali che se ne sono occupate, può leggere l’ottima review di Lehrer e colleghi (2002) qui.

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