L’influenza dell’interazione nella percezione del dolore

Qui di seguito vi riporto un brevissimo riassunto di un articolo che ho trovato davvero interessante, e che trovate in lingua originale interamente qui.

Il modello biopsicosociale è stato spesso utilizzato per spiegare come fattori interni ed esterni possano influenzare l’esperienza del dolore dei soggetti in età evolutiva. La percezione del dolore, infatti, è un fenomeno mediato da fattori fisiologici, psicologici, sociali ed ambientali, i quali integrati tra loro, danno vita ad un’esperienza soggettiva unica.

la letteratura ha ampiamente documentato come strategie di coping disfunzionali (ad esempio l’evitamento o la catastrofizzazione) aumentino la percezione del dolore, acuendo la sintomatologia somatica e psicologica; al contrario, strategie di coping attive (incoraggiamento, accettazione cc.) risultano collegate al percepire il dolore come maggiormente gestibile, e ridotto nel tempo, oltre che a un generale benessere psicologico, grazie alla riduzione di sintomi ansiosi e depressivi.

Secondo gli autori, per comprendere a fondo l’esperienza del dolore in età evolutiva, è necessario spostare l’attenzione dal singolo bambino all’intero contesto famigliare, comprendendo a fondo i processi che possono rinforzare e modellarne la percezione, e dunque la risposta soggettiva. Ad esempio, comportamenti protettivi (trascorrere più tempo del solito con il bambino, permettergli di stare a casa da scuola) possono funzionare da rinforzo incrementando la sintomatologia somatica, i giorni di ricovero a seguito degli interventi chirurgici, e il ricorso alle cure del medico; d’altra parte, il comportamento opposto di alcuni genitori che minimizzano il dolore riferito o criticano il bambino che si lamenta, sembra anch’esso acuire la percezione del dolore, invece che affievolirla.

In accordo con la Social Learning Theory, il comportamento degli adulti di riferimento è in grado di modulare la percezione del dolore da parte dei bambini, ipotesi confermata da molti studi, i quali in generale concordano nel ritenere che se genitori vengono istruiti nel tenere comportamenti e interazioni adeguate col proprio figlio durante le procedure mediche, questi riferisce bassi livelli di dolore percepito. I comportamenti definiti “pain-promoting” includono: eccessiva attenzione sul bambino, critiche anche lievi, dimostrazioni di particolare empatia, promesse di premi e gratificazioni; i comportamenti “pain-reducing” invece riguardano soprattutto la distrazione attraverso strategie verbali e non verbali.

E’ indubbio che anche il bambino ha il suo protagonismo all’interno dell’interazione: caratteristiche temperamentali e psicologiche incidono sulla risposta genitoriale, la quale a sua volta influenza la percezione del dolore.

E’ opportuno sottolineare dunque che non può essere un unico comportamento a rendere conto di un fenomeno così complesso come la percezione del dolore, e che la sua comprensione deve necessariamente tenere conto dell’interazione tra fisiologia, psicologia, e ambiente di vita del bambino, tutti elementi equamente interagenti tra loro.

A partire da queste considerazioni, gli Autori hanno coinvolto in uno studio sperimentale 217 adolescenti tra i 12 e i 17 anni, sofferenti delle seguenti forme di dolore cronico: dolore neuropatico, emicrania, dolore addominale, dolori articolari, lombalgia.

Ogni soggetto adolescente è stato intervistato, chiedendogli di definire il dolore percepito su di una scala a 11 punti, da 0 (assenza di dolore) a 10 (il massimo del dolore percepibile). Sono stati inoltre somministrati i seguenti questionari:

Pain Response Inventory (PRI): un questionario che indaga le risposte di coping dei soggetti, suddividendole in strategie attive (azioni per influenzare la fonte di stress), strategie passive (azioni volte ad evitare lo stressor, allontanandosene), strategie adattive (azioni volte ad accettare e adattarsi allo stressor).

Functional Disability Inventory (FDI): indaga le difficoltà (fisiche e psicosociali) riportate dagli adolescenti a causa della loro condizione fisica.

Adolescent Somatization Inventory (CSI): indaga la percezione di sintomatologia fisica aspecifica, come ad esempio la stanchezza o le vertigini.

Ai genitori è stato chiesto di compilare la Adult Responses to Adolescent’s Symptoms (ARCS), la quale comprende diverse subscale, tra cui quelle di particolare interesse ai fini del presente studio: “minimizzazione” e “protezione”. I comportamenti protettivi comprendono: limitare le attività e le responsabilità del bambino, fornirgli attenzioni speciali, come ad esempio comprare dei regali, o permettere al bambino di stare a casa da scuola; la minimizzazione include tutti quei comportamenti che tendono a criticare il bambino quando si lamenta per il proprio dolore, ad esempio dicendogli di smettere di frignare, o che deve imparare ad essere più forte.

L’obiettivo dello studio è quindi comprendere in che modo le strategie di coping degli adolescenti moderano la risposta genitoriale e i comportamenti in relazione al dolore stesso. Di seguito i risultati emersi:

  1. I comportamenti protettivi dei genitori non sembrano influenzare le risposte al dolore degli adolescenti, quando questi presentano strategie di coping sia attive che passive.
  2. Gli adolescenti con scarse strategie di coping passive, i cui genitori manifestano particolari comportamenti protettivi, riferiscono un maggior numero di difficoltà sul piano del funzionamento psicologico e sociale, e più alti livelli di dolore percepito; mentre tra coloro che utilizzano scarse strategie di coping attive, l’influenza si riscontra solo nelle lamentele somatiche.
  3. L’accettazione della propria condizione, non risulta un comportamento funzionale alla riduzione dei sintomi dolorosi da parte degli adolescenti, quando i genitori presentano comportamenti particolarmente protettivi, o minimizzanti.

Lo studio sottolinea la necessità di includere nel lavoro con adolescenti con dolore cronico anche il sistema famigliare, scoraggiando il ricorso a strategie basate sulla protezione o sulla minimizzazione, con l’obiettivo di rendere consapevoli i genitori del loro ruolo nel promuovere o ridurre la sintomatologia percepita dai figli, e dunque aiutare indirettamente i ragazzi a gestire al meglio l’esperienza del dolore.

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